07/04/2011- n. 13746 - Corte di Cassazione Sez. IV° Pen

Stop a interventi senza speranza anche con consenso paziente

Lo ha stabilito la Cassazione, sostenendo che i chirurghi che affrontano operazioni che non hanno una speranza agiscono "in dispregio al codice deontologico che fa divieto di trattamenti informati a forme di inutile accanimento diagnostico terapeutico".

I fatti

Il caso è relativo a un intervento chirurgico avvenuto l'11 dicembre 2001 all'ospedale San Giovanni di Roma, nel corso del quale tre chirurghi avevano operato una signora 44enne madre di due bambine, alla quale avevano dato non più di sei mesi di vita perché affetta da neoplasia pancreatica con diffusione generalizzata.

La signora, disposta a tutto pur di ottenere un sia pur breve prolungamento della vita, aveva dato il suo consenso informato ai medici per tentare un intervento disperato.

Sulla base dell'esame autoptico, ricostruisce la sentenza della Cassazione, "era emerso che i chirurghi, dopo avere acclarato la inoperabilità della paziente, mediante esplorazione della cavità addominale, a causa della presenza di multiple affezioni neoplastiche interessanti vari organi e soprattutto di lesioni neoplastiche diffuse ai visceri addominali e alle ovaie, avevano deciso di procedere ad una laparatomia tradizionale per asportare le ovaie e parte della massa neoplastica allo scopo di determinare la stadiazione della malattia".

Nel corso dell'intervento, però, si verificò "la lacerazione del polo inferiore della milza". Da qui il formarsi di un "rilevante sanguinamento e la conseguente emorragia letale"

Il reato di omicidio colposo nei confronti dei tre imputati si è prescritto, ma la Cassazione non ha rinunciato a chiarire la "mancanza di deontologia" da parte dei chirurghi. In particolare, gli 'ermellini' hanno rilevato che "il prioritario profilo di colpa in cui versavano gli imputati è stato evidenziato dalla stessa Corte nella violazione delle regole di prudenza, applicabile nella fattispecie, non delle disposizioni dettate dalla scienza e dalla coscienza dell'operatore". Nel caso in questione, rileva ancora la Cassazione, ''attese le condizioni indiscusse e indiscutibili della paziente non era possibile fondatamente attendersi dall'intervento (pur eseguito in presenza del consenso informato della 44enne madre di due bambine) un beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita''.

Insomma, ribadisce la Suprema Corte, ''i chirurghi hanno agito in dispregio al codice deontologico che fa divieto di trattamenti informati a forme di inutile accanimento terapeutico''.

«La sentenza è corretta e i medici dovrebbero fare un passo indietro», commenta Lorenzo D'Avack, vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica. «D'altro canto è  lo stesso Codice deontologico della categoria a prevedere che il medico possa agire solo laddove vi sia una possibilità di intervento sanitario o chirurgico ragionevole e nell'interesse del paziente. Al contrario, l'accanimento terapeutico è espressamente vietato».

Secondo Rocco Bellentone, segretario della Società italiana di chirurgia, «la sentenza documenta ancora una volta la pericolosità del fatto che non ci sono, in Italia, leggi specifiche sull'atto medico. È assurdo che siamo ancora fermi al codice Rocco. […] Ma la sua interpretazione rischia di essere devastante, perché toglie al chirurgo la possibilità del rischio calcolato in situazioni disperate andando a ledere la vita di migliaia di persone che si sono salvate proprio grazie a interventi temerari. Interventi che si sa, possono anche andare male».

Una sentenza «schizofrenica», così i chirurghi del CIC (Collegio italiano dei chirurghi) commentano la sentenza della Suprema Corte che vieta le operazioni sui malati terminali anche se c'è il consenso del paziente. I chirurghi, convinti che «l'atto medico non può essere considerato omicidio», annunciano uno «sciopero bianco» se non ci sarà una maggiore attenzione verso la categoria.

«La nostra professione» sottolinea Pietro Forestieri, presidente del Collegio «è delicata, ma non gode di sufficiente attenzione». Siamo di fronte a una sentenza schizofrenica che ribalta, di fatto, il valore del consenso informato. Non è più tollerabile che un atto medico, se non vi è dolo o colpa grave, sia oggetto di materia penale e non è più ammissibile che si utilizzi, per descriverne l'eventuale esito negativo, un termine come "omicidio"».

Fonti:

Adnkronos Salute   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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