Tre Sentenze storiche della Cassazione Penale - Massimo, Barese, Volterrani

Dall’hanimus necandi all’hanimus bonum

Un breve escursus tra le innumerevoli sentenze da esaminare ci ha portato a scegliere, in parte con criteri obbligati e in parte con criteri soggettivi perché ritenuti significativi in relazione ai problemi da esaminare, le sentenze Massimo, Barese e Volterrani, pronunziate da tre diverse sezioni della Corte di Cassazione Penale, in tema di configurabilità dell'omicidio preterintenzionale nel caso di attività medico chirurgica svolta in difetto del consenso del paziente all'intervento terapeutico (o con un consenso espresso solo per una parte del trattamento in concreto praticato).

a) La sentenza Massimo (V sezione - 21 aprile 1992) è espressione di una concezione particolarmente rigorosa ed estensiva sulla possibilità di configurare l'ipotesi dell'omicidio preterintenzionale nel trattamento medico chirurgico eseguito, con esito infausto, senza il consenso del paziente.

E' opportuno sottolineare come la sentenza individui anche elementi di colpa nella condotta del chirurgo evidenziando come l'asportazione di una massa tumorale benigna potesse avvenire con modalità diverse e meno invalidanti rispetto a quelle praticate costituite dall'amputazione del retto; modalità comunque ritenute troppo rischiose in riferimento alle condizioni generali della paziente. Peraltro nella sentenza sono stati individuati gli elementi costitutivi della fattispecie dell'omicidio preterintenzionale perché il chirurgo "ebbe, sotto il profilo intellettivo, la rappresentazione dell'evento lesioni e, sotto quello volitivo, l'intenzione diretta a realizzarlo, ebbe cioè consapevole volontà di ledere l'altrui integrità personale senza averne diritto e senza che ve ne fosse necessità".

Pertanto la mancanza del consenso rende la condotta del chirurgo arbitraria e diretta a ledere consapevolmente l'integrità fisica del paziente non diversamente da colui che cagiona volontariamente a taluno una lesione personale.

b) La sentenza Barese, dopo circa 10 anni (IV sezione - 9 marzo 2001) pone limiti più ristretti alla possibilità di ipotizzare la fattispecie dell'omicidio preterintenzionale e, pur non escludendola in assoluto (per es. nei casi in cui la morte consegua ad una mutilazione procurata in assenza di qualsiasi necessità o di menomazione inferta per scopi esclusivamente scientifici), richiede, perché possa ritenersi verificata questa ipotesi, l'accertamento dell'esistenza di un dolo dell'agente che possa essere qualificato dolo diretto, e non solo eventuale, e intenzionalmente orientato a provocare la lesione dell'integrità fisica del paziente; in mancanza il delitto può essere ritenuto colposo ove ne sussistano i presupposti.

Il caso affrontato nella sentenza Barese è simile a quello esaminato nella sentenza Massimo. Entrambi sono caratterizzati dalla circostanza che il consenso della paziente era stato espresso per un intervento più limitato (asportazione transanale di un adenoma villoso nel caso Massimo; asportazione di cisti ovarica nel caso Barese) e non per un intervento demolitivo come quello poi di fatto praticato con l'asportazione del retto nel primo caso e dell'utero e annessi nel secondo.

Il caso Massimo sembra più caratterizzato da imprudenza perché le condizioni generali della paziente non consentivano un intervento demolitivo di quella natura mentre, nel caso Barese, è stata soprattutto l'imperizia nell'esecuzione dell'intervento (con la resezione dei vasi iliaci esterni) a cagionare la morte della paziente.

c) Ancora diverso è il caso esaminato nella sentenza Volterrani (I sezione - 29 maggio 2002) che affronta con particolare approfondimento il tema del consenso del paziente pervenendo, anche in questo caso, a conclusioni diverse dalla sentenza Massimo e confermando l'assoluzione del chirurgo che aveva eseguito un intervento non consentito dal paziente che era successivamente deceduto in conseguenza dell'intervento.

Si trattava di un caso nel quale il consenso del paziente era limitato alla riduzione di un'ernia ombelicale e all'esplorazione della cavità addominale. Nel corso dell'intervento era stata constatata la presenza di un tumore maligno e il chirurgo aveva provveduto alla sua asportazione con un intervento di particolare complessità.

La differenza fondamentale di questo caso con quelli Massimo e Barese è costituita dalla circostanza che, nel caso Volterrani, i giudici di merito – e la Corte di Cassazione ha escluso ogni vizio di motivazione nella formulazione di questo giudizio - hanno escluso ogni elemento di colpa nell'esecuzione dell'intervento, ritenuto eseguito nella perfetta osservanza delle leges artis, e hanno ricollegato il decesso a complicanze non prevedibili

Rispetto alla sentenza Barese la sentenza Volterrani sembra contenere una più esplicita riaffermazione dell'incompatibilità logico giuridica tra la volontarietà dell'atto lesivo (hanimus necandi), su cui si fonda l'ipotesi del delitto preterintenzionale, e l'intervento del medico che, anche in assenza di consenso, ma purché non vi sia un esplicito dissenso, trova comunque una legittimazione in se stesso (hanimus bonus), escludendo altresì che il fatto possa astrattamente essere inquadrato in una fattispecie di reato.

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