11.04.2012 - n. 13547 – Cassazione penale - sez. IV

Medici e odontoiatri:  alt allo scaricabarile!

Interessante sentenza della Cassazione che fa il punto su diversi argomenti di notevole interesse, quasi una “summa” dei profili e delle problematiche in tema di responsabilità sanitaria: omissioni a catena, prevedibilità dell’esito, mancata visita e relativo inquadramento diagnostico, negligenza nella trasmissione di dati e di ogni altro elemento utile ai sanitari a cui si affida il p.,  mancato intervento terapeutico, assunzione di una posizione di garanzia a  tutela della salute anche in caso di scarsa esperienza clinica… ed altri ancora.

Dalla lettura del dispositivo si evince che ogni sanitario deve fare il possibile per tutelare «l’integrità» del paziente, ove il  consiglio di andare in ospedale non basta più;  ogni camice bianco, infatti, sia medico che  odontoiatra, «deve fare tutto quello che è nella sua capacità per la salvaguardia dell’integrità del paziente».

In sostanza, quale importante monito che ci tocca più da vicino, i liberi professionisti e gli specialisti che operano nel privato, se impossibilitati a intervenire, hanno comunque l’obbligo di visitare il p. e di informare adeguatamente i colleghi ospedalieri che dovranno prendere in carico il malato.

La Sentenza, quindi, assesta un duro colpo alla pratica dello “scaricabarile” e invita medici e odontoiatri a sforzi sempre più ampi, confermando la responsabilità di un gruppo di cinque sanitari calabresi in relazione al decesso di un 19enne avvenuto a Lagonegro per un grave shock settico e stasi ematica acuta, conseguenze di un ascesso non curato.

Fatto & diritto

Il ragazzo, affetto da due giorni da un ascesso dentario che non rispondeva agli antibiotici prescritti dal medico di famiglia, si era rivolto al pronto soccorso, ma il dottore in servizio lo aveva dimesso senza eseguire o far eseguire dal chirurgo di turno un’incisione. Il dentista, contattato di domenica, si era limitato a raccomandargli di tornare in ospedale. Al quarto giorno un altro sanitario del Ps lo aveva dimesso di nuovo senza intervenire. Nel pomeriggio uno specialista di una clinica odontostomatologica privata lo aveva rinviato in ospedale. Nella tarda mattinata del giorno dopo, finalmente, il medico che lo aveva visto 24 ore prima lo fa ricoverare, ma in serata la dottoressa di turno lo aveva dimesso ancora, senza praticare alcuna incisione.

Nel dettaglio, la Cassazione, quanto alla responsabilità del medico dentista, ha ritenuto “gravemente negligente” la sua condotta derivata dal fatto che “pur avendo una qualificazione professionale che gli avrebbe consentito di effettuare una precisa diagnosi della patologia” del paziente “così da redigere una certificazione medica idonea ad agevolare l'opera dei successivi sanitari interventi, anche segnalando l'urgenza, si limitò ad invitare il paziente e i genitori a recarsi all'ospedale senza assicurarsi che i medici di destinazione fossero informati in modo preciso della gravità della situazione e a supporto fosse trasmessa un'adeguata documentazione medica”.

Ugualmente grave la condotta del giovane odontoiatra di guardia alla clinica odontostomatologica che non aveva neanche visitato il paziente. La sua responsabilità  è consistita proprio nell’aver omesso di «inquadrare la situazione clinica e quindi consentire ai sanitari successivi di avvalersi di una valutazione specialistica odontoiatrica». Non vale a giustificarlo né la giovane età, né il fatto che fosse al primo incarico né la considerazione che la struttura non era attrezzata per affrontare il caso.

In primo grado il tribunale aveva  condannato a un anno e 8 mesi di reclusione per omicidio colposo i tre sanitari ospedalieri assolvendo il dentista e lo specialista del centro privato. La Corte d’appello ha confermato il verdetto ma ha condannato anche gli altri due medici al risarcimento dei danni. A suo avviso, infatti, «nessuno dei sanitari imputati aveva inciso l’ascesso o aveva contribuito, con la propria opera professionale, a consentire l’erogazione delle appropriate terapie».

Contro la sentenza veniva presentato ricorso  ma la Cassazione è stata irremovibile

A tutti gli imputati è stato addebitato, in qualità di sanitari, per colpa generica e per colpa specifica, consistita nella violazione delle leges artis, di avere cagionato la morte del ragazzo a causa di una mediastinite acuta ascessuale secondaria ad accesso sottomandibolare destro fistolizzato nei cavi pleurici dx e sx. , cui conseguiva un grave shock settico e stasi ematica acuta.

«Una volta che un paziente si presenta presso una struttura medica chiedendo l’erogazione di una prestazione professionale - sottolinea la Cassazione - il medico/odontoiatra, in virtù del contatto sociale, assume una posizione di garanzia della tutela della sua salute e anche se non può erogare la prestazione richiesta».

Pertanto, il professionista sanitario, medico o odontoiatra, deve prodigarsi facendo “tutto quello che è nelle sue capacità per la salvaguardia l'integrità del paziente”. Non basta semplicemente consigliare al paziente una diversa struttura, “omettendo di inquadrare la situazione clinica e, quindi, di consentire ai sanitari successivi di avvalersi di una valutazione specialistica”, nella specie odontoiatrica.
Tutti  condannati, quindi, anche perché l’evoluzione della malattia della vittima non poteva «considerarsi un evento raro e non prevedibile».

Mario Aversa

Fonti:

Manuela Perrone; il sole 24 ore sanità - 24-30 aprile 2012, p. 27

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