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Il danno non patrimoniale è «uno» e va liquidato con le «tabelle milanesi»

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I giudici di merito devono adottare un criterio unitario per liquidare il danno biologico: la tabella ad hoc predisposta dal tribunale di Milano.

Altrimenti le decisioni possono essere impugnate per violazione dell’articolo 1226 del Codice civile (secondo cui se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, viene liquidato dal giudice con valutazione equitativa).

A decretare la svolta è stata la sentenza n. 12408/2011 depositata il 7 giugno scorso dalla terza sezione civile della Cassazione. Una pronuncia giunta a due anni dalla n. 26972/2008 delle Sezioni Unite e al termine di un intenso lavoro della Suprema Corte - sottolinea il magistrato Marco Rossetti nella rassegna - volto ad «ancorare rigorosamente il danno non patrimoniale a lesioni di interessi aventi il rango e la dignità di diritti costituzionalmente protetti».

Esaurito il compito di mettere un argine alla ingiustificata proliferazione dei danni risarcibili, la Cassazione ha quindi elaborato il criterio equitativo del danno non patrimoniale. Affermando due princìpi. Il primo è che il concetto di equità si compone di due elementi: da un lato la valutazione di tutte le circostanze del caso concreto, dall’altro la parità di trattamento tra i casi simili. Il secondo è l’effetto diretto del primo: la liquidazione equitativa del danno «deve sì garantire l’adeguato apprezzamento delle conseguenze che ne sono derivate ma deve anche assicurare che pregiudizi di natura identica, e che abbiano prodotto le medesime conseguenze, devono essere risarciti in misura identica».

L’uniformità di trattamento è dunque alla base della scelta di obbligare i giudici di merito a ricorrere alle «tabelle milanesi» quando manchino criteri stabiliti dalla legge. Il parametro resta comunque un criterio equitativo. Ne consegue che se il pregiudizio alla salute ha inciso in modo abnorme e inusuale sulla vita di relazione della vittima, il giudice deve verificare se i parametri delle tabelle in concreto applicate tengano conto di questo aspetto del danno, cioè dell’alterazione-cambiamento della personalità della persona che si estrinsechi in uno sconvolgimento dell’esistenza o in radicali cambiamenti di vita. In caso contrario deve procedere alla «personalizzazione» del risarcimento (sentenza n. 14402 del 30 giugno 2011).

Sul piano della risarcibilità la Cassazione ha confermato l’abbandono della distinzione tra danno-evento e danno-conseguenza e ha ribadito che per pretendere il risarcimento non basta provare la lesione di un diritto inviolabile: occorre dimostrare in concreto che la vittima abbia subito un pregiudizio.

Infine, dal punto di vista dei contenuti del danno non patrimoniale, è stata definitivamente superata la concezione che distingueva tra danno biologico, morale ed esistenziale. «È ormai pacifico - scrive Rossetti - che nell’ampia e omnicomprensiva categoria del danno non patrimoniale, che non è possibile ritagliare in ulteriori sottocategorie, se non con valenza meramente descrittiva, rientrano sia il danno biologico, il quale ricomprende i danni alla vita di relazione ed estetici, sia il danno morale, il quale non può quindi dar luogo a un autonomo risarcimento (sezione sesta, ordinanza n. 15414 del 13 luglio 2011). Addio, quindi, alla «logica delle etichette». E anche alla duplicazione dei risarcimenti: il pregiudizio non patrimoniale, quando è complesso, va «integralmente e unitariamente ristorato». Senza badare ai “nomi” assegnati dal giudicante al danno lamentato ma soltanto al pregiudizio concreto preso in esame.

Il sole – 24Ore sanità - Speciale 14-20 febbraio 2012 – p. 15

Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Marzo 2012 14:01