12.07.2012 - n 11816 - Cassazione civile

Pubblicità sanitaria, altolà agli Ordini

Sembra che la Cassazione con la sentenza n. 11816/2012 del 12 luglio abbia deciso di dare una svolta alla materia della pubblicità sanitaria, ponendo la sbarra del potere ordinistico non oltre i criteri di veridicità e trasparenza. Come previsto peraltro espressamente dalla legge 148/2006 (il decreto Bersani).

I fatti.

Un importante network di studi odontoiatrici decide nel 2009 di distribuire volantini pubblicitari nei quali si promuove uno sconto sulla tariffa minima nazionale. L’iniziativa non piace all’Ordine di Brescia che apre un procedimento disciplinare e commina al direttore sanitario la sanzione di un mese di sospensione dall’Albo: si legge nella decisione che la scelta del volantino come mezzo di promozione è contraria ai princìpi deontologici perché troppo «commerciale» (anche se l’art. 3, comma 5, lett. g della legge 148/2011 ribadisce che la pubblicità può essere effettuata con ogni mezzo) e che uno sconto applicato su una tariffa minima oggi non più in vigore (abrogata dallo stesso decreto Bersani) configurerebbe una «falsa dichiarazione». Conclude affermando che la pubblicità comporta un «discredito professionale» che merita di essere sanzionato.

Il direttore sanitario sospeso decide di ricorrere avanti alla Commissione centrale esercente le professioni sanitarie sostenendo che il volantino ha natura informativa e che sarebbe sanzionabile solo ove non fosse veritiero. La difesa ricorrente riporta correttamente anche numerose sentenze della Corte Ue nelle quali sono sanzionate le restrizioni alla libertà di stabilimento e alla libera prestazione dei servizi (quindi restrizioni alla pubblicità). La Commissione invece valuta il messaggio come non trasparente, contrario alle norme deontologiche circa il mezzo e «biasimevole» in quanto si richiama a tariffari non più in vigore. La complessa questione comunitaria viene liquidata con un generico richiamo al potere degli Ordini di valutare trasparenza e veridicità.

La sentenza.

La Cassazione, rovesciando totalmente le argomentazioni della sentenza 23287/2010, sembra voler dare un segnale molto preciso. Accogliendo le tesi del ricorrente, dopo aver affermato che le argomentazioni della Cceps appaiono «speciose e tautologiche... nonché viziate da una insopprimibile insofferenza verso il ricorso al messaggio pubblicitario», riprende il dettato dell’articolo 24 della direttiva 2006/123/Ce in forza del quale occorre sopprimere tutti i divieti in materia di comunicazioni (sul punto anche Corte Ue, sez. Grande, sentenza 5 aprile 2011, causa C-119/09, che ha legittimato i servizi porta a porta da parte dei professionisti) per affermare la liceità dell’utilizzo del volantino come mezzo per effettuare pubblicità. Sulla sostenuta “genericità” degli sconti la Cassazione afferma che «ciò incide solo sulla capacità persuasiva del messaggio, che è profilo certamente estraneo alla sfera di intervento degli organi disciplinari».

Fonte

Silvia Stefanelli

24 ore sanità – 04-17/09/2012, p. 23

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